Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/28

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Ottavio. Arrogante! Impertinente!

Lelio. (Il signor maestro vuol andar via colla testa rotta), (da sé)

Ottavio. Orsù, vado a riveder la lezione a Florindo, che m’immagino sarà esattissima; voi intanto applicate, e risolvete bene il quesito mercantile che v’ho proposto. Fate che il signor Pancrazio sia contento di voi.

Lelio. Ma questo è un quesito che richiede tempo e pratica; e senza la vostra assistenza non so se mi riuscirà dilucidarlo.

Ottavio. Le regole ve l’ho insegnate; affaticatevi, studiate.

Lelio. Che indiscretezza! Che manieraccia rozza e incivile! Ho tanta antipatia con questo maestro, che è impossibile ch’io possa apprendere sotto di lui cosa alcuna. Basta, mi proverò. Sto zitto per non inquietar mio padre, e per non far credere ch’io sia quel discolo e disattento che mi vogliono far comparire.

Ottavio. (S" accosta al tavolino di Florindo e siede vicino a lui) Florindo mio, state bene? Avete voi bisogno di nulla?

Florindo. In grazia, lasciatemi stare.

Ottavio. Se avete bisogno d’assistenza, son qui tutto amore per voi. La vostra signora madre m’ha raccomandato voi specialmente.

Florindo. So benissimo ch’ella v’ha detto che non mi facciate affaticar troppo, che non mi gridiate e che non mi disgustiate.

Ottavio. E chi ve l’ha detto, figliuol mio?

Florindo. Il servitor di casa, che l’ha intesa.

Ottavio. (Poca prudenza delle madri far sentire queste cose alla servitù), (da sé) E bene, che fate voi?

Florindo. Caro signor maestro, vi tomo a dire che per adesso mi lasciate stare.

Ottavio. Ma si può sapere che cosa state scrivendo?

Florindo. Signor no. Io fo una cosa che voi non l’avete da vedere.

Ottavio. Di me vi potete fidare.

Florindo. No no, se lo saprete. Io direte a mio padre.

Ottavio. Non farò mai questa cattiva azione.

Florindo. Se mi potessi fidare, vorrei anco pregarvi della vostra assistenza.

Ottavio. Sì, caro Florindo mio, si, fidatevi di me e non temete.