Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/327

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SCENA Vili.

DoRALicE e poi Colombina.

Doralice. Oh, in quanto a questo poi non mi voglio lasciare soverchiare. La mia ragione la voglio dir certamente. Mio marito si maraviglia, perchè dico l’animo mio senza alterarmi. Mi pare di far meglio così. Chi va pazzamente in collera, pregiudica alla sua salute e fa rider i suoi nemici.

Colombina. Il signor Contino nrii ha detto che la padrona mi domanda, ma non la vedo. E forse andata via? DoR ALICE. Io sono la padrona che ti domanda.

Colombina. Oh! mi perdoni, la mia padrona è l’illustrissima signora Contessa.

Doralice. Io in questa casa non son padrona?

Colombina. Io servo la signora Contessa.

Dottore. Per domani mi farai una cuffia.

Colombina. Davvero che non posso servirla.

Doralice. Perchè?

Colombina. Perchè ho da fare per la padrona.

Doralice. Padrona sono anch’io, e voglio essere servita, o ti farò cacciar via.

Colombina. Sono dieci anni eh io sono in questa casa.

Doralice. E che vuoi dire per questo?

Colombina. Voglio dire che forse non le riuscirà di farmi andar via.

Doralice. Villana! Malcreata!

Colombina. Io villana? La non mi conosce bene, signora.

Doralice. Oh, chi è vossignoria? Me lo dica, acciò non manchi al mio debito.

Colombina. Mio padre vendeva nastri e spille per le strade. Siamo tutti mercanti.

Dottore. Siamo tutri mercanti! Non vi è differenza da uno che va per le strade, a un mercante di piazza?

Colombina. La differenza consiste m un poco più di danari.

Doralice. Sai, Colombina, che sei una bella impertinente?