Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/34

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
26 ATTO PRIMO


Dico qualche volta, perchè la docilità continuata può diventar confidenza, l’alterigia irritata può diventar odio e disprezzo: così contrappesando co’ loro temperamenti il mio contegno, spero ridurli pieni di rispetto per me, come io sono pieno d’amore per loro.

Ottavio. Viva mill’anni il signor Pancrazio.

Pancrazio. Viva due mila il mio caro signor maestro.

Ottavio. Ella potrebb’essere precettore d’un mezzo mondo.

Pancrazio. E a me basta che ella sia buono per i miei due figliuoli.

Ottavio. Impiegherò tutta la mia attenzione.

Pancrazio. Ella farà il suo debito.

Ottavio. Vossignoria non avrà da dolersi di me.

Pancrazio. Nè vossignoria di me.

Ottavio. M’affaticherò, suderò.

Pancrazio. E io premierò le sue fatiche, ricompenserò i suoi sudori.

Ottavio. Bravo, bravissimo! sono sempre bene spesi que’ danari che contribuiscono al profitto de’ figli. La mia attenzione si raddoppierà sempre, ed io son sicuro della generosità del signor Pancrazio. (parte)

SCENA V.
Pancrazio solo.

Non son sordo, ho capito. Son uomo che paga, son uomo che spende, ma che sa spendere: se egli è maestro di scuola, io son maestro d’economia. Ma giacchè ho tempo, voglio un poco discorrerla con questo nuovo servitore, che ho preso questa mattina. Gran fatalità! Bisogna ogni quindici giorni mutar la servitù: e per qual causa? Per la mia cara signora Beatrice. Ma! L’ho fatta la seconda minchioneria, mi son tornato a maritare: mi parve un buon acquisto sedici mila scudi di dote, ma mi sono costati cari, perchè li ho scontati a forza di struggimenti di cuore. Eh! Trastullo.