Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/363

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Anselmo. Ditemi, voi che avete delle corrispondenze per il mondo, sapete la lingua greca?

Pantalone. La so perfettamente. Son sta dies’anni a Corfù. Ho scomenzà là a far el mercante, e tutto el mio devertimento giera a imparar quel linguaggio.

Anselmo. Dunque saprete leggere le scritture greche.

Pantalone. Ghe dirò; altro xe el greco litteral, altro xe el greco volgar. Me n’intendo però un pochetto e dell’un e dell’altro.

Anselmo. Quand’ è così, vi voglio far vedere una bella cosa.

Pantalone. La vederò volentiera.

Anselmo. Un codice greco.

Pantalone. Bon, ghe n’ho visto dei altri.

Anselmo. Scritto di propria mano di Demostene.

Pantalone. El sarà una bella cossa.

Anselmo. Osservate, e se sapete leggere, leggete.

Pantalone. (Osserva) Questo xe scritto da Demostene?

Anselmo. Sì, e sono i trattati di pace tra Sparta e Atene.

Pantalone. I trattati di pace tra Sparta e Atene? Sala cossa che contien sto libro?

Anselmo. Via, che cosa contiene?

Pantalone. Questo xe un libro de canzonette alla grega, che canta i putelli a Corfù.

Anselmo. Già lo sapeva. Voi non sapete leggere il greco.

Pantalone. La senta: mattiamù, mattachiamù, callispera, matticimù.

Anselmo. Ebbene, questi saranno i nomi propri degli Spartani o de’ Tebani.

Pantalone. Vuol dir: vita mia, dolce mia vita, bonassera, vita mia.

Anselmo. Non sapete leggere. Questo è un codice greco che mi costa dieci zecchini e ne vale più di cento.

Pantalone. El formaggier noi ghe dà tre soldi.

Anselmo. Andate a intendervi di panni e di sete, e non di scritture antiche.

Pantalone. Me dispiase, sior Conte, che per quel che vedo, andemo de mal in pezo.

Anselmo. Come sarebbe a dire?