Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/432

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Lelio. Vi piace dunque?

Alberto. Le cose belle le piase a tutti.

Lelio. Giuoco io, che più volentieri del signor Florindo, difendereste la signora Rosaura.

Alberto. Ve dirò: rispetto al piaser de trattar el cliente, siguro che tratteria più volentiera siora Rosaura del sior Florindo; ma rispetto al merito della causa, defendo più volentiera chi ha più rason.

Lelio. Povera giovane! Se perde questa causa, resta miserabile affatto.

Alberto. Confesso el vero, che la me fa pecca (a). La gh’ha un’idea cussi dolce, un viso cussi ben fatto, una maniera cussi gentil, un certo patetico, missià (0 con un poco de furbetto, che xe giusto quel carattere che me poi.

Lelio. Volete vedere il suo ritratto?

Alberto. Lo vederia volentiera.

Lelio. Eccolo. Il pittore mio amico ne ha fatto uno per il conte Ottavio, che deve essere suo sposo; io ho desiderato d’averne una copia, ed egli mi ha compiaciuto. (gli fa vedere il ritratto in un picciolo rame)

Alberto. L’ è bello; el someggia (2) assae; l’ è ben desegnà; i colori no i poi esser più vivi. Vardè quei occhi; vardè quella bocca; el xe un ritratto che parla; amigo, ve ne priveressi?

Lelio. Se lo volete, siete padrone.

Alberto. Me fé una finezza, che l’aggradisso infinitamente.

Lelio. Ma parliamoci schietto. Non vorrei che foste innamorato della vostra avversaria.

Alberto. La me piase, ma non son innamora.

Lelio. E avrete cuore di sostenere una causa contro una bella ragazza che vi piace?

Alberto. Perchè? Paderia anca contra de mi medesimo, quando lo richiedesse el ponto d’onor. (a) Mi move a compassione. (I) Mescolato. (2) Zatta: el ghe someggia.