Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/448

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Beatrice. Perchè, signor Conte? II signor Dottore, zio della signora Rosaura, spera bene.

Conte. Che cosa sa queir animale di quel Dottore?

Rosaura. Signor Conte, parli con rispetto del mio zio.

Conte. Faccio umilissima riverenza al signor zio; ma vi dico che, se baderete a lui, perderete la causa e resterete una miserabile.

Rosaura. Perchè dite questo?

Conte. Basta; questa causa la finirò io. E venuto questo signor veneziano; ha messo tutti in soggezione, fa tremar tutti, vuol vincer tutti, vuol portar via la causa, vuole abbattere gli avversari, vuol conquassare il paese; ma niente, con due delle mie parole m’impegno che domattina se ne torna per le poste a Venezia.

Rosaura. E poi?

Conte. E poi la causa sarà finita.

Rosaura. Non vi saranno altri difensori del signor Florindo?

Conte. Chi avrà ardire d’intraprendere questa causa, l’avrà da fare con me.

Rosaura. Signor Conte, in questi paesi non si usano prepotenze.

Conte. Che cosa sono queste prepotenze? lo non fo prepotenze. Mi faccio giustizia da me medesimo, per risparmiar le spese de’ tribunali.

Colombina. Signora, è qui il signor Lelio col signore avvocato veneziano.

Beatrice. Oh! bravissimi. Ho piacere. Di’ loro che passino.

Colombina. (E tutta contenta. Il veneziano dovrebbe essere un buon pollastro per dargli una pelatina col giuoco). (da sé, parie)

Beatrice. Caro signor Conte, vi prego, in casa mia non promovete discorsi che abbiano a disturbare la conversazione.

Conte. Sì, signora, sarà servita.

Rosaura. (Tremo da capo a pie). (piano a Beatrice)

Beatrice. (Perchè?)

Rosaura. (Non lo so nemmen io).