Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/449

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SCENA IX.

Alberto, cestito con abito di gala, Lelio e detti. S’incontrano, si salutano con reciproche riverenze e qualche parola di rispetto, poi come segue.

Alberto. La perdoni, zentildonna (a), l’ardir che me son preso de vegnirghe a dar el presente incomodo, anima dal sior Lelio, che m’ha assicura della so bontà e della so gentilezza.

Beatrice. Il signor Lelio mi ha fatto un onor singolare, dandomi il vantaggio di conoscere un soggetto di tanto merito.

Alberto. La supplico sospender, riguardo a mi, la troppo favorevole prevenzion, perchè, savendo de no meritarla, la me serviria de rossor.

Beatrice. La di lei modestia non fa che accrescere il pregio della di lei virtù.

Alberto. Taserò, no perchè me lusinga de meritar le sue lodi, ma per assicurarla del mio rispetto.

Beatrice. La prego di accomodarsi.

Alberto. Per amor del cielo, signori, le supplico; no le stia in disagio per mi. (Tutti siedono. Alberto vicino a Beatrice, Lelio vicino ad Alberto; dall’altra parte Rosaura, e presso Rosaura il Conte.)

Lelio. (Che ne dite? E una bella conversazione?) (piano ad Alberto)

Alberto. (Amigo, me l’ave fatta. Se credeva che ghe fusse siora Rosaura, no ghe vegniva). (piano a Lelio)

Lelio. (Miratela con quell’indifferenza con cui la mirereste davanti al giudice).

Alberto. (Altro xe el tribunal, altro xe la conversazion).

Beatrice. (Amica, che avete che mi parete sorpresa? ) (a Rosaura)

Rosaura. (Pagherei una libbra di sangue a non esser qui).

Conte. Signora Rosaura, qualche volta favorisca ancor me. Io non son qui per far numero. (a) Termine di galanteria con cui si trattano le donne civili.