Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/463

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Alberto. Me maraveggio; non abbado a ste piccole cosse.

Conte. Vorrei che, a mio riguardo, abbandonaste la difesa di questa causa.

Alberto. Ma cara eia, come vorla che fazza? Xe impossibile. La causa xe istruida da mi. Mi ghe ne son in possesso. Ancuo (a) la s’ha da trattar. El principal ha speso i so bezzi, tutto el mondo aspetta sta disputa, mi no so veder el modo de poderme esentar.

Conte. Il modo si trova, quando si vuole. Vi suggerirò io qualche mezzo termine. Potete dire al vostro cliente che avete letta stamane una carta non più vista, che vi fa temere dell’esito; che avete scoperte alcune ragioni dell’avversario, le quali meritano maggior tempo e maggior riflesso; che la causa ha mutato aspetto, e vi è un qualche mancamento nell’ordine, che conviene regolarlo, che vi vuol tempo. Intanto si sospende la trattazione; tramonta l’appuntamento. Voi andate a Venezia. Il cliente si stanca, viene a patti ed io fo fare l’aggiustamento a mio modo.

Alberto. Bellissimi mezzi termini, espedienti suttili e spiritosi, ma no per i avvocati onorati. Lezer carte da novo, scovrir obbietti, trovar desordini el zomo che s’ha d’andar in renga, le xe cosse prodotte o da una gran ignoranza, o da una gran malizia, indegne de chi xe arlevadi nel foro.

Conte. Facciamo così: fìngetevi ammalato. Dite che non potete trattar la causa; troveremo un medico che accorderà che avete la febbre, e dirà che, per guarire, è necessaria l’aria nativa. Anderete a Venezia con reputazione, ed io vi sarò (’) obbligato.

Alberto. Xe inutile che la me tenta per sto verso, perchè se fusse vero che fusse ammala, quando la malattia no fusse grave e avesse libera la lengua da poder parlar, me faria condur al tribunal, per trattar la mia causa.

Conte. Orsù, vi compatisco; tante fatiche che avete fatte, non (a) Ancuo, oggi. (1) Beli, e Pap.: vi sarò etemamenle, hh