Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/464

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devono andare senza mercede. Se vincete la causa, il signor Florindo vi farà un regalo, al più al più di cinquanta zecchini; ed io, se ve n’andate, ve ne do cento.

Alberto. Caro sior Conte...

Conte. E non crediate già ch’io vi voglia promettere per non mantenere. Questi sono cento zecchini, e sono per voi, solo che tralasciate di sostenere questa causa.

Alberto. Sior Conte caro, bisogna che la creda che nualtri avvocati no vedemo mai bezzi, che no sappiemo cossa che sia cento zecchini. Ma bisogna che la sappia che nu, a Venezia, cento zecchini i ne fa tanta spezie, quanto poi far cento lire in ti so paesi. Nu no femo capital dell’oro, ma del concetto (’).

Conte. Cento zecchini al merito vostro e alla qualità del favore che vi domando, saranno pochi, ma io non posso fare di più; e vi assicuro che questi mi costano qualche sforzo. Ma sentite, se voi mi promettete d’abbandonar questa causa, vi farò un obbligo di duemila e anco di tremila ducati, da pagarveli subito che avrò conseguita la dote di cui si tratta.

Alberto. Né tre mille, né diese mille, ne cento mille no xe capaci de farme far un’azion cattiva.

Conte. Dunque siete risoluto di voler trattar questa causa?

Alberto. Resolutissimo.

Conte. Né v’importa di veder ridotta a un’estrema miseria una povera fanciulla innocente?

Alberto. Fiat jus et pereat mundus.

Conte. Non fate conto delle mie premure?

Alberto. Non posso tradir el mio cliente per soddisfarla.

Conte. Le offerte non servono?

Alberto. Niente affatto.

Conte. Orsù, se tutto questo non serve, troverò io la maniera di farvi fare a mio modo. (bruscamente)

Alberto. Disela dasseno?

Conte. Ditemi, sapete chi sono? (alterato (1) Segue nelle edd. Betl. e Pap.: e più d’ogni paga, d’ogni premio, d’ogni mercede, stimemo el nostro decoro, la nostra fama, la nostra reputazion.