Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/465

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Alberto. Non ho l’onor de conosserla, se non per la conversazion de giersera. Conte, lo sono il Conte di Ripafiorita.

Alberto. Me ne rallegro infinitamente.

Conte. Sono uno, che negl’incontri si è saputo cavare de’ bei capricci.

Alberto. Lodo el so bel spirito.

Conte. E vi avviso che, se non mi vorrete compiacer colle buone, lo farete colle cattive. (minaccioso)

Alberto. Come sarave a dir? La se spiega.

Conte. Voglio dire che, se non tralascierete di patrocinar questa causa, se non partirete adesso subito di Rovigo, vi caccierò la spada nei fianchi.

Alberto. La me cazzerà la spada nei fianchi?

Conte. Sì, signore, vi ammazzerò.

Alberto. La me mazzera? Con chi credela de parlar? Con un martuffo? Con un omo che concepissa timor per le so bulade (a)? No la me cognosse, patron. Pensela che a Venezia quei che porta la vesta (è), noi sappia manizzar la spada?

Conte. Eh! ci vuole altro che belle parole! Se metto mano, vi farò tremare.

Alberto. La se prova, e vederemo chi trema più.

Conte. Ma non mi degno di cacciar mano alla spada, contro di uno che non è capace di starmi a fronte. Voglio adoperare il bastone.

Alberto. A mi el baston? Cavalier indegno, fora quella spada. (mette mano)

Conte. Ti pentirai d’avermi provocato.

Alberto. Se morirò, morirò da par mio.

Conte. Che voi dir da par tuo?

Alberto. Da omo d’onor, da omo de spirito, da vero venezian.

Conte. Pretendi farmi paura con dire che sei veneziano? Non ti (a) Bulade, bravate, (i) Vesta, si dice alla toga che portasi dagli avvocati.