Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/507

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Giudice. Se non vi piace, appellatevi. (s’alza e parte)

Dottore. Obbligatìssimo alle sue grazie. Intanto che mi beva questo siroppo. Andiamo pure. Io non ne vo’ saper altro. (parte col Sollecitatore)

Florindo. Signor notare, farà grazia di farmi subito cavare la copia della sentenza.

Notaro. Sarà servita

Florindo. Favorisca. (gli vuol dare del denaro)

Notaro. Mi maraviglio. (lo ricusa in maniera di volerlo)

Florindo. Eh via! (glielo mette in mano)

Notaro. Come comanda. (lo prende, e parte guardandolo)

Comandador. Illustrissimo, mi rallegro con lei. Sono il comandador, per servirla. (a Florindo)

Lettore. Ed io il lettore ai suoi comandi. (a Florindo)

Florindo. Sì, buona gente, v’ho capito. Tenete, bevete l’acquavite per amor mio. (dà la mancia a tutti due)

Lettore. Obbligatìssimo a vossignoria illustrissima.

Comandador. Viva mille anni vossignoria illustrissima.

Florindo. Andiamo a ritrovare il signor Alberto. (a Lelio)

Lelio. Amico, si è meritata una buona paga.

Florindo. Trenta zecchini vi pare saranno abbastanza?

Lelio. L’azione eroica che ha fatto, ne merita cento; voi m intendete senza che io parli.

Florindo. E vero, gli voglio dare ora subito cinquanta zecchini, e poi a suo tempo vedrà chi sono.

Lelio. Non mi credeva che un uomo fosse capace di tanta virtù. (parte)

Florindo. Se trovo quell’indegno del Conte, lo vo’ trattar come merita. (parte)

Comandador. Quanto vi ha dato?

Lettore. Un ducato. (lo mostra)

Comandador. Ed a me mezzo? Maladetto! A me mezzo ducato, che son quell’uomo che sono, e un ducato a colui, che non sa nemmeno che cosa sia tergo. (parte)

Lettore. Grand’asinaccio! Si vuol metter con me! Si vuol mettere