Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/515

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Alberto. La fede che l’ha avudo in mi, non ostante tutte quelle false apparenze che me voleva far creder reo, xe una mercede che ricompensa ogni mia fatica.

Florindo. Giacche ricusate questo denaro, fatemi un piacere; ve lo domando per grazia, per finezza; degnatevi di accettare questo piccolo anello, per una memoria della mia gratitudine. Val meno dei cinquanta zecchini, ma poiché volete così, non ricusate il dono, se ricusaste la ricompensa.

Alberto. Orsù, no voggio con un’affettada osdnazion confonder la virtù coir inciviltà. Accetto l’anello che la me dona, e la varda che beli’uso che ghe ne fazzo; qua, alla so presenza, lo metto in deo alla mia novizza (a).

Lelio. Come! h. vostra sposa?

Florindo. Rosaura vostra consorte?

Alberto. Sior sì, patron sì. Mia sposa, mia consorte. Ella aveva bisogno d’uno che rimediasse alle so disgrazie, mi aveva bisogno d’una che assicurasse la quiete e el decoro della mia fameggia, e se fazzo el bilanzo del so merito e del mio stato, trovo aver mi vadagnà moltissimo più de eia.

Lelio. Me ne rallegro infinitamente. Faremo le nozze in casa mia, se vi compiacete.

Alberto. Accetto le vostre grazie; e za che el sior Florindo m’ha dà l’anello, se el se degna, lo prego d’esser compare dell’anello (i) de mia muggier (e).

Florindo. Molto volentieri accetto l’onore che voi mi fate. Signora Rosaura, signora comare, vi chiedo scusa, se vi sono stato nemico; in avvenire vi sarò buon servitore e compare.

Rosaura. Gradisco infinitamente le vostre generose espressioni. Compatisco la cagione che vi rendeva di me avversario, e mi sarà d’onore la vostra cortese amicizia.

Beatrice. Cara la mia sposina, venite qua; lasciate che vi dia un bacio. Mi fate piangere dall’allegrezza. (/e dà un bacio)

Lelio. Ma il Conte che dirà? (a) Novizza, sposa, (b) Costume dello Stato Veneto di chiamar compare deir anello chi serve per testimonio agli sponsali, (e) Muggier, moglie.