Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/542

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Pancrazio. Ah! Ottavio, ricordati che tutti gli estremi diventano viziosi. Pensare alla morte è bene; ma pensarvi in tal maniera è male. Chi ha sì gran timore della morte, fa conoscere che ama troppo la vita. Pensa a viver bene, se vuoi morir bene: lascia la malinconia, applica ai tuoi interessi, prenditi qualche onesto piacere; ma obbedisci tuo padre, e non ti lasciar vincere dalla passione. Io sono molto più vecchio di te. Ho da morire avanti di te, anzi poco più posso vivere, e pure non mi voglio travagliare, e vivo da uomo onesto, per morire da uomo contento. Figlio mio, sta allegro, dammi questa consolazione; e poi disponi di me, della casa, del negozio, di tutto, che ti fo padrone. (parte

SCENA 111.

Ottavio solo. Povero padre! Tu ami un tuo nemico, tu stringi al seno un rivale. Ma che? Sarò scellerato a tal segno di amar Rosaura più del mio genitore? Ah no, si scacci dal seno un amore, che se pria fu innocente, ora può divemre colpevole. Il destino mi priva dell’idolo mio, non posso oppormi al voler del cielo. Oh Dio! Avrò cuore di abbandonare il mio bene? Mah! Avrei cuore di privar lei della paterna eredità, e mio padre di una sì ricca dote? No, no, sarei troppo vile, se il permettessi. Se non sarà mia sposa, sarà mia madre. Ah, miserabil cambio di condizione! Come potrei imprimere baci rispettosi su quella mano, che sospirai baciar come amante? Quale agitazione mi turba? Qual dolore mi opprime? Qual confusione mi sorprende?

SCENA IV.

Arlecchino e detto.

Arlecchino. Sior padron...

Ottavio. Son l’uomo più infelice di questa terra.

Arlecchino. Sior padron...

Ottavio. Non me I’avrei mai creduto.