Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/543

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Arlecchino. Ah, sior padron...

Ottavio. Va al diavolo.

Arlecchino. Che vada? Anderò. (m allo di partire)

Ottavio. Cosa volevi da me?

Arlecchino. Aveva da dirghe un no so che, per pari de siora Rosaura; ma vado via.

Ottavio. No, fermati. Cosa mi dovevi tu dire?

Arlecchino. Vado al diavolo.

Ottavio. Parla, dico, o ti bastono. (alza il bastone)

Arlecchino. La se ferma, parlerò. Siora Rosaura disC) cussi, che ghe premeria de parlarghe.

Ottavio. Rosaura? Dove?

Arlecchino. L’ è in te la so camera.

Ottavio. Vado subito. Ma no... Dille che ora non posso.

Arlecchino. Gnor sì. (in atto di partire)

Ottavio. Aspetta... Sarà meglio che io vada. (s’incammina)

Arlecchino. Gnor sì, sarà mei.

Ottavio. Ma che mai potrò dirle? No, Arlecchino, dille che non mi hai trovato.

Arlecchino. Ghe lo dirò. Un aito di partire

Ottavio. Fermati. Se scopre non esser vero, si lagnerà di me. Anderò dunque (2).

Arlecchino. Da bravo.

Ottavio. Mah! nella confusione, in cui sono... Vanne, dille che anderò poi.

Arlecchino. Non occorr’altro. (in atto di partire)

Ottavio. No, arrestati, il mio dovere è ch’io vada. (parte

SCENA V.

Arlecchino, poi Fiammetta.

Arlecchino. Oh, che bel matto!

Fiammetta. Arlecchino...

Arlecchino. L’ è veramente ridicolo (3). (I) Bettm.: la dh. (2) Bett.: anderò io. (3) Bettin. e Paper.: redicolo.