Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/544

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Fiammetta. Arlecchino, dico.

Arlecchino. Cossa gh’ è?

Fiammetta. La signora Beatrice ti domanda.

Arlecchino. Vado... ma no. Famme un servizio, vaghe ti in vece mia.

Fiammetta. E che cosa vuoi ch’io le dica?

Arlecchino. Sarà meio che vada mi.

Fiammetta. Oh sì, sarà meglio.

Arlecchino. Va, dighe che non mi hai trovato.

Fiammetta. Ma perchè ho da dire questa bugia? ArL-ECCHINO. Se scoverze che no xe vero... Anderò mi.

Fiammetta. Via, presto.

Arlecchino. Va ti.

Fiammetta. Ha domandato di te, non di me.

Arlecchino. Se vuol me, non vuol te... Vado... non vado... Oh Dio... resta tu... resta tu... che vado io. (parte

SCENA VI.

Fiammetta sola. Arlecchino è troppo ridicolo. Mi pento aver data la parola di prenderlo. Trastullo mio fratello me lo vuol dare per forza, ma io non lo posso vedere. L’allegria è necessaria, le facezie sono godibili, le burle mi piacciono; ma dice il proverbio: ogni bel ballo stufa, e il sempre ridere è cosa da pazzi. Qualche volta vi vuole un poco di serietà. Io certamente amo piuttosto il contegno, e agli uomini do pochissima confidenza. Pur troppo se la prendono; e se noi niente niente facilitiamo, ci mettono i piedi sul collo, ci comandano, ci disprezzano, ci strapazzano. Piace anche a me vedermi qualche volta riverita, servita e corteggiata, però dentro ai termini dell’onestà, e senza offendere la mia modestia. Parole quante ne vogliono, ma poi si possono leccar le dita. Ecco quel ganimede ridicolo dei mio caro signor padrone; anch’egli fa meco il cascamorto, e la padrona fa di me la gelosa. Che bel divertirsi con questi pazzi!