Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/553

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Fiammetta è tua sorella: o in un modo, o nell’altro, mi puoi introdurre.

Trastullo. Ma non vorrei che nascesse per causa mia...

Florindo. Ho inteso; tu sei un uomo finto; tu tieni da Pancrazio. Tu m’inganni. Ma io non avrò bisogno di te. Opererò diverscimente. Ucciderò quel vecchio, e mi libererò da un rivale.

Trastullo. No, non lo faccia, per amor del cielo.

Florindo. O fammi parlar con Rosaura, o io farò delle pazze risoluzioni.

Trastullo. Via, la voglio contentare. Arlecchino ha da essere mio cognato. Spero che mi farà questo servizio. Vedo aprir la porta. Si ritiri e lasci operare a me.

Florindo. Opera a dovere, se ti preme la tua e la mia vita, (parte

SCENA XIV.

Trastullo (i), poi Arlecchino.

Trastullo. Ho piacere d’aver riparato al pericolo del signor

Pancrazio. Egli è stato il mio padrone, e mi ha fatto de’ benefizi, e non me ne posso dimenticare. Son obbligato a servir chi mi paga, ma sino a un certo segno; bisogna procurar di contentarlo, contribuire alle sue soddisfazioni, ma dentro i limiti, senza precipizi e senza arrischiare la vita di nessuno. Così deve fare un servitore fedele, un uomo onorato, e così... Ma viene Arlecchino fuori di casa; la sorte lo manda a proposito, mi prevalerò di lui.

Arlecchino. Cossa diavolo fa sta femmena, che non la vien?

Trastullo. Cognato, ti saluto.

Arlecchino. Co ti me dis cugnà, ti me consoli, ma gh’ho paura...

Trastullo. Niente, te l’ho promesso; mia sorella sarà tua moglie. Vieni con me, che ti ho da parlare.

Arlecchino. Caro cugnà, no posso vegnir. ’

Trastullo. Perchè non puoi tu venire? (1) Vedasi Appendice.