Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/565

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L'EREDE FORTUNATA 549


Ed io averò cuore di tormentare un figlio che mi vuole tanto bene? Egli sa vincere la sua passione, ed io non saprò superar l’interesse! Or bene, vada tutto, ma si salvi un figlio che ha la virtù di amare la quiete del padre, più delle proprie soddisfazioni. Eccolo appunto che viene. Cielo, ti ringrazio che ho scoperto la verità. Gli cederò la sposa, gli rinunzierò la casa, gli darò anche il nùo cuore.

SCENA IV1.
Ottavio e detto.

Ottavio. (Mio padre in camera di Rosaura?) (da sè)

Pancrazio. Ottavio, non voglio più vederti confuso, non voglio rimirarti malinconico. È tempo di allegria, e voglio che passi i tuoi giorni allegramente.

Ottavio. Che bella occasione ci dà motivo di giubilo?

Pancrazio. Nozze, figliuol mio, nozze. Bisogna lasciar da banda l’inquietudine e dar gloria all’amore.

Ottavio. Io godo internamente de’ vostri contenti, e se non mostro il giubilo nel mio volto, è un effetto della mia naturale tristezza. Il cielo feliciti queste vostre nozze.

Pancrazio. Ma non son già io lo sposo.

Ottavio. Dunque molto meno avrò motivo di rallegrarmi.

Pancrazio. Anzi ti dovrai molto più consolare.

Ottavio. Ma perchè?

Pancrazio. Perchè lo sposo sarai tu.

Ottavio. Io! Perdonatemi, non son in caso di prender moglie.

Pancrazio. Quando saprai chi è la sposa, non dirai così.

Ottavio. Chi mai mi avete destinato?

Pancrazio. Indovinala.

Ottavio. Non me lo saprei immaginare.

Pancrazio. Una che ti vuol bene.

Ottavio. Non è così facile il ritrovarla.

  1. Vedasi Appendice.