Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/564

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Pancrazio. Colui non è già del mio sangue.

Rosaura. Come! Non è vostro figlio?

Pancrazio. Oh appunto! Egli è mio genero, non è mio figlio.

Rosaura. Ottavio non è vostro figlio?

Pancrazio. Ottavio, certo che è mio figlio.

Rosaura. Perchè dite dunque che è vostro genero?

Pancrazio. (Ah poveretta, ella gira), (da sé) Dico che Lelio è mio genero.

Rosaura. Come e’entra il signor Lelio in questo discorso?

Pancrazio. Oh bella! Non siete voi innamorata di lui?

Rosaura. Io? Il ciel me ne liberi. Lelio ha per moglie Beatrice.

Pancrazio. Dunque di chi abbiamo parlato finora?

Rosaura. Voi parlaste di Lelio?

Pancrazio. Sibbene, di quel pazzo; e voi di chi intendeste?

Rosaura. (Oh Dio! m’ingannai). Intesi dire... (Ah che il rossore mi opprime!) Signore, non mi abbadate. La passione mi toglie il senno.

Pancrazio. Eh via, spiegatevi meglio. Parlatemi con libertà, se mai foste innamorata...

Rosaura. Non posso più. Lasciatemi respirare. (O cielo, che mai ha fatto quest’incauto mio labbro!) (da sé

SCENA III(i).

Pancrazio 50/0. Sentite, venite qua. Sì! La fugge come il vento. Adesso ho capito. Adesso ho scoperto il tutto. Ella è innamorata d’ Ottavio, e Ottavio le ha dato la parola di sposarla. Ed a me non dice niente? Ed a me non lo confida? Ah poveretto! Tutto effetto del suo buon cuore e del rispetto che ha per me. Egli la persuade a sposarmi, e forse egli stesso si tormenta per mia cagione. Adesso comprendo il motivo della malinconia che l’agita. Egli è confuso tra l’amor di Rosaura ed il timore di disgustarnu. (I) Vedasi Appendice.