Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/574

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558 ATTO SECONDO


sigliera. Vi penserò, e domani risolverò con maggior fondamento. Perdoni il genitore se non l’attendo, se non l’obbedisco, e si glori anzi d’aver prodotto al mondo un uomo che sa colla ragione dominar le proprie passioni. (parte)

SCENA X.
Florindo esce di camera.

Ben opportunamente la sorte mi ha fatto essere in questa casa. Rosaura è innamorata d’Ottavio? Il vecchio vorrebbe che ei la sposasse, ed egli la ricusa, perchè non perda l’eredità? A me non compie che l’abbia nè il padre, nè il figlio. Se sposa Pancrazio, ella è padrona di tutto; se sposa Ottavio, averò un gran nemico, una fiera lite, un eterno disturbo. È mio interesse di farla mia, e frattanto è necessario interrompere i loro disegni. Buon per me che Ottavio non ha obbedito suo padre, e si è ritirato. Domani cercherò il modo di vedere Rosaura con maggior comodo, fuori di questa casa. Qui la cosa è troppo pericolosa; ora col benefizio del lume me n’anderò... Ma sento gente. Oh stelle! Ecco Pancrazio con Rosaura: se torno a nascondermi, mi vedranno attraversare la camera; meglio è ch’io spenga il lume. (smorza il lume)

SCENA XI.
Pancrazio con Rosaura per mano, e detta.

Pancrazio1. Guardate che matto! Mi vede venire, e spegne il lume. Chi mai direbbe, che un uomo così grande e grosso fosse vergognoso più di un bambino? Ottavio, dove sei? Sei tu qua?

Florindo. (Mio cuore, vi vuol coraggio. Alfine la mia spada mi leverà da ogn’impegno). (da sè)

  1. Bett.: «Pantal. Vardè che matto, el me vede a vegnir, e el stua la luse. Chi mai dirave che un omo cussi grando e grosso fusse vergognoso più de un putello? El vorrà far le so cosse a scuro. Ottavio dov’estu? Estu qua?»