Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/579

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SCENA XIV.

Pancrazio (I), Rosaura, Florindo e Fiammetta.

Rosaura. Ah, signor Pancrazio, fermatelo, fate che egli si spieghi.

Pancrazio. Che cosa ha egli da spiegare, se non sa neppure quel che si dica?

Florindo. (La semplicità di costui mi ha giovato irdìnitamente). (da sé)

Pancrazio. Orsù, domani la discorreremo meglio. Signor Florindo, contentatevi di andar fuori di questa casa. Finalmente, quand’anche fosse vero che Rosaura vi avesse fatto venire, questa è casa mia, ed io sono l’offeso. Per adesso non dico altro; andate, che ci riparleremo.

Florindo. Fin qua avete ragione, E se volete soddisfazione, son pronto a darvela.

Pancrazio. Signor no, la ringrazio infinitamente.

Florindo. Partirò, giacché voi, che siete il padrone di questa casa, me l’ordinate. Rosaura, voi siete causa di un tal disordine. Signore, ella mi ha data la fede, deve esser mia.

Rosaura. Traditore! Non lo sperate giammai.

Pancrazio. Domani la discorreremo.

Florindo. (Chi non sa fìngere, non isperi di migliorar condizione). (parte)

Fiammetta. (Eppure, eppure io giocherei che quel signorino volesse infinocchiar quel buon vecchio). (da sé)

Rosaura. Ah, signor Pancrazio, non mi fate sì gran torto di credere in me...

Pancrazio. Tacete, signora. Pur troppo ho ragione di dubitare. Non vi condanno assolutamente, ma sono un pezzo avanti per credervi complice d’un tal tradimento.

Rosaura. Mi meraviglio, io non son capace...

Pancrazio. Tacete, vi dico. Siete dorma, e tanto basta, (parte (1) Vedasi Appendice.