Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/580

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SCENA XV.

RosAURA e Fiammetta.

Rosaura. Oh me infelice! Mi può far peggio la sorte? Farmi credere infedele, farmi comparire poco onesta?

Fiammetta. Ma, signora Rosaura, parliamoci fra di noi con vera confidenza e femminile libertà. Come va questa faccenda? Il signor Florindo è roba vostra sì o no?

Rosaura. Ti giuro, Fiammetta, suir onor mio, e per quanto vi è di più sacro m cielo, che io non ne so nulla, che l’odio e r aborrisco, e che egli è un temerario impostore.

Fiammetta. Oh maledetto (’)! E con tanta franchezza sostiene una tal falsità? E poi dice che noi altre donne siamo avvezze a fingere? E il signor Pancrazio, anch’egli si diletta di dire: siete donne, e tanto basta? Venga la rabbia a questi omenacci impertinenti, che ci vogliono far passare per doppie e per bugiarde, quando essi (2) sono il ritratto della bugia e della falsità. Le donne, che hanno giudizio, fanno bene a non dir loro la verità, poiché, se si ha da soffrire delle mortificazioni, è meglio soffrirle per qualche cosa.

Rosaura. Ma quell’indegno, quel briccone d’ Arlecchino, poteva dir peggio?

Fiammetta. Oh! in quanto a colui, parla sempre a sproposito. Mio fratello mi vorrebbe precipitare. Il mio mento non esige un uomo di così vii condizione. Basta, non è ancor mio marito. Ma voi, signora mia, non ve la lasciate passare così facilmente, vi va della vostra riputazione. Fatelo disdire quell’impertinente.

Rosaura. E come dovrò io fare? Aiutami, per pietà.

Fiammetta. Aspettate, vedo il signor Lelio, lo chiamerò.

Rosaura. No, per amor del cielo, che sua consorte è troppo gelosa.

Fiammetta. Se è pazza, suo danno. 11 signor Lelio vi può giovare. In casi simili non conviene trascurar cosa alcuna. Eh, signor Lelio, favorisca. (1) Bett.: Oh galeotto maledetto! (2) Bett.: e loro.