Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/603

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Florindo. Che novità, che timori?

Dottore. (Ecco Pancrazio. Prendete questi fogli, leggeteli piano e poi risolvete). (dà a Florindo le tre lettere, il quale si ritira a leggerle piano.

SCENA XIII.

Pancrazio C), Rosaura e detti.

Pancrazio. Ebbene, signori, siamo accomodati?

Ottavio. Il signor Florindo è ostinato.

Lelio. Diecimila ducati gli paiono pochi.

Florindo. Stimo la signora Rosaura... (dal suo posto)

Dottore. Leggete, leggete, e poi parlerete. (a Florindo)

Pancrazio. Orsù, se le cose non si accomodano per questo verso, le finiremo in un altro. Che cosa dice il testamento? Che se la signora Rosaura prenderà me per suo sposo, sia erede del tutto. Non è così?

Dottore. E vero, ma sul testamento si poteva discorrere.

Ottavio. E la signora Rosaura non è disposta per un tal matrimonio.

Pancrazio. Caro Ottavio, taci. Non era disposta per me, perchè sperava di aver te; ma vedendo che tu non la vuoi, e che ora con un pretesto ed ora con un altro procuri liberartene, ha risoluto di darmi la mano. Non è vero, cara Rosaura?

Rosaura. Verissimo, son vostra, se mi volete.

Ottavio. Ah Rosaura, voi di mio padre?

Florindo. Come?... (avanzandosi con premura)

Dottore. Avete sentito? (a Florindo)

Lelio. Uno sproposito ne cagiona sempre degli altri.

Florindo. Voi sposerete il signor Pancrazio? (a Rosaura)

Rosaura. Sì signore, lo sposerò.

Pancrazio. Guardate che maraviglie! Ella mi sposerà.

Ottavio. Oh Dio! mi sento morire. Sposatevi pure; andrò da voi lontano, non mi vedrete mai più. (I) Vedali Appendici.