Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/604

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Rosaura. (Misero Ottavio! Mi fa pietà). (éa sé)

Florindo. Signore zio, è questo l’aggiusteimento che mi diceste avervi il signor Pancrazio proposto?

Dottore. Il signor Pancrazio mi manca di parola.

Pancrazio. Vi manco di parola, perchè il vostro signor nipote non si contenta.

Dottore. Sentite?

Florindo. Spiegatemi, di grazia, la qualità del progetto.

Pancrazio. Il progetto era questo. Che la signora Rosaura sposasse Ottavio mio figlio, che il signor Dottore e il signor Florindo rinunciassero ad ogni pretensione sul testamento, e in premio di questa rinuncia io gli dessi subito belli e lampanti diecimila ducati.

Florindo. (Che non gli sia palese il contenuto di queste lettere?) (al Dottore)

Dottore. (Accettate, accettate). (piano a Florindo)

Ottavio. Se la signora Rosaura sposa mio padre, che cosa potete voi pretendere? [a Florindo

Rosaura. Ed io per la quiete comune lo sposerò.

Ottavio. Ah! non lo dite, per carità.

Lelio. Sarebbe un matrimonio fatto per disperazione.

Dottore. (Avete letto le lettere?) (piano a Florindo)

Florindo. Orsù, non voglio allontanarmi dai consigli del signore zio. Accetto i diecimila ducati, e son pronto a far la rinunzia. (a Lelio)

Lelio. Bravissimo: evviva.

Pancrazio. Caro signor genero, guardate che di là v’ è un notaro. Ditegli che venga.

Lelio. Vi servo subito. (parte)

Ottavio. (Ah, voglia il cielo che ciò s’adempia). (da sé)

Dottore. Presto, signor Pancrazio, non perdiamo tempo. (Prima che si pubblichi il fallimento). (da sé)

Pancrazio. Subito, subito. Orsù, signori, vengano avanti.