Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/65

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IL PADRE DI FAMIGLIA 57

Pancrazio. Perchè? Cosa è stato? Non è per anco venuto a casa? Poveretto me! Gli è successo qualche disgrazia?

Ottavio. Non vi affannate tanto per un figlio così cattivo.

Pancrazio. È mio figlio, è mio sangue, e gli voglio bene, e quando ancora non gliene volessi, me ne premerebbe per la mia riputazione: il buon concetto de’ figli è quello che onora i padri.

Ottavio. Appena siamo usciti di casa, ha veduta una compagnia di persone che io non conosco, ma che giudico vagabondi; ci ha piantati ed è andato con essi, e mai più non l’abbiam veduto.

Pancrazio. Dovevate fermarlo.

Ottavio. Ma, signore, sono un poco avanzato, non posso correre.

Pancrazio. Venga, venga quel disgraziato! Ma, ditemi, caro signor maestro, e Florindo dove l’avete condotto?

Ottavio. L’ho condotto a sentire una conclusione morale.

Pancrazio, Non siete stati in casa del signor Geronio?

Ottavio. Non so nemmeno dove stia.

Pancrazio. E pure m’è stato detto che Florindo questa mattina sia stato in quella casa.

Ottavio. Uh! Male lingue. Non si è mai partito dal mio fianco.

Pancrazio. Guardate bene a non dir bugie.

Ottavio. Io dir bugie? Cielo, cielo, cosa mi tocca a sentire?

Pancrazio. M’è stato detto, ma può essere che non sia vero.

SCENA VIII.
Lelio e detti.

Lelio. Signor padre.

Pancrazio. Bravo, signor figliuolo, dove siete stato sino ad ora?

Lelio. Sono stato al negozio del signor Fabrizio Ardenti ad aggiustar quel conto delle lane di Spagna.

Ottavio. (Non gli credete: non sarà vero). (piano a Pancrazio)

Pancrazio. Scuse magre! Sarete stato co’ vostri compagni, e il ciel sa dove?