Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/70

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SCENA XIV.

Ottavio e detti.

Ottavio. Oh! eccomi, eccomi.

Pancrazio. E mia moglie dov’ è?

Ottavio. Ora viene. Intanto principiamo noi. (siede a tavola)

Pancrazio. Sarà col suo caro figliuolo.

Ottavio. Signor Pancrazio, la minestra si fredda.

Pancrazio. Eccola, eccola, andiamo a tavola.

SCENA XV.

Beatrice, Florindo e detti

Pancrazio. (Siede Beatrice e Florindo) Che novità è questa, signora Beatrice, di venire a tavola in guardinfante?

Beatrice. Devo uscir subito che ho pranzato.

Pancrazio. E dove si va? Si può sapere?

Beatrice. Da mia comare.

Pancrazio. Brava! Salutatela in mio nome.

Ottavio. (Mentre parlano, si tira giù un buon piatto di minestra.)

Lelio. (Vuol prendere della minestra.)

Pancrazio. Aspettate, signore, abbiate creanza. Non mettete le mani nel piatto avanti gli altri.

Lelio. Ha fatto così anco il signor maestro.

Pancrazio. Egli lo può fare, e voi no. (E vero, i maestri bisogna che sappiano insegnare ancora le buone creanze), (da se) Signora Beatrice, prendete. (dà la minestra a Beatrice)

Beatrice. Tieni. (la dà a Florindo)

Pancrazio. Quella l’ho data a voi.

Beatrice. Ed io l’ho data a mio figlio.

Pancrazio. Benissimo. Prendi, Lelio. (dà la minestra a Lelio)

Beatrice. Prima a lui, e poi a me. (a Pancrazio)

Pancrazio. Io v’ho fatta la prima, com’era di dovere.

Beatrice. Ed io l’ho data a Florindo; perchè l’ha da avere prima Lelio?