Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/69

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SCENA XII.

Florindo, e poi Ottavio.

Florindo. Presto, presto, che metta via questi altri.

Ottavio. Ecco il sacchetto.

Florindo. Pieno?

Ottavio. Sì, pieno, ma sapete di che? Di cenere, con dentro delle palle di ferro e del piombo. Ponetelo sul tavolino dov’era. In questa maniera può darsi che il signor Pancrazio così presto non se ne accorga, e dia la colpa a qualcun altro.

Florindo. Sì, sì, dite bene. Date qui. Ora vado a metterlo nel luogo stesso. (entra nella camera)

Ottavio. Prevedo che questa faccenda vuol durar poco. Ma appunto per questo bisogna che io provveda ai futuri bisogni. Già in ogni caso mi salvo con dire, non ne so nulla.

Florindo. (Serr^ la porta) Eccomi, pare che non sia stato mai toccato.

Ottavio. Ah! Che ne dite? Son uomo di mente io?

Florindo. Siete bravissimo.

Ottavio. Orsù, andiamo a vedere se ci danno da desinare.

Florindo. Sì, e dopo voglio che andiamo a goderci un poco di questi quattrini.

Ottavio. Staremo allegri.

Florindo. Giuocheremo.

Ottavio. Anderemo da queir amica.

Florindo. Evviva.

Ottavio. Fin che dura; ma se si scopre?

Florindo. Mia madre l’aggiusterà. (partono

SCENA XIII.

Sala in casa di Pancrazio, con tavola apparecchiata. Pancrazio, Lelio e Trastullo.

Pancrazio. Animo, mettete in tavola. Quattrocento scudi importa il cuoio, onde gli daremo quei trecento che vi ha dato il signor Fabrizio, e cento sono in questa borsa in tanti zecchini.

Trastullo. (Porta la minestra.