Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/74

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Ottavio. Vi volete fidar di lui.

Florindo. Se vi fidaste di me, non anderebbe così.

Lelio. Tutti contro di me? Tutti congiurati a precipitarmi?

Pancrazio. Taci, temerario, altri che tu non può aver fatto una bricconata di questa sorta.

Lelio. Vi giuro, per quanto vi è di più sacro...

Pancrazio. Zitto, non giurare. Signor Tiburzio, andiamo giù nel banco, che vi darò i vostri denari; e tu, infame, non ti lasciar più vedere, se non vuoi che ti sacrifichi colle mie proprie mani.

Lelio. Oh povero me! Signor padre, per carità.

Pancrazio. Va via di qua, indegno: andiamo, signor Tiburzio. (parte)

Tiburzio. Povero padre! Fa compassione. Andate, che siete una buona lana. (a Lelio, e parte)

Lelio. Ridete eh? ridete, bricconi? Sa il cielo che non siate voi altri i rapitori e che facciate comparire un povero innocente colla maschera di traditore. Il cielo è giusto; il cielo scoprirà il vero. Se me lo potessi immaginare, se lo potessi saper di cerio, vorrei vendicarmi contro di te, falsario, impostore, ipocrita maledetto. (ad Ottavio, e parte)

Ottavio. Avete sentito? L’ha con me.

Florindo. Zitto.

Ottavio. Non parlo.

Florindo. Voglio andar da mia madre.

Ottavio. Andate, andate.

Florindo. In ogni caso mia madre mi assisterà, mi difenderà. (paTte)

Ottavio. Qui non portano altro in tavola. Anderò a finir di mangiare in cucina. (parte

SCENA XVIII.

Camera in casa del Dottor Geronio, con sedie. Beatrice ed Eleonora.

Eleonora. Oh! Signora Beatrice, che miracolo è questo, che essa si degna di favorirci?

Beatrice. Sapete che sempre vi ho voluto bene.