Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/75

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Eleonora. Aspetti; vuol ch’io chiami Rosaura mia sorella?

Beatrice. Che! E qui in casa la signora Rosaura? Non è più con sua zia?

Eleonora. Questa mattina è ritornata in casa.

Beatrice. Sta bene? E di buona salute?

Eleonora. Aspetti, la chiamerò.

Beatrice. No, no, per ora ho piacere che siamo sole. Vi ho da parlare segretamente.

Eleonora. Come comanda. S’accomodi.

Beatrice. Cara la mia ragazza, parlatemi con libertà, come s’io fossi vostra madre. Vi mantereste voi volentieri?

Eleonora. Perchè no? Se mio padre vi acconsentisse, e mi si presentasse una buona occasione, certamente che lo farei.

Beatrice. Se vostro padre vi destinasse per marito Florindo, lo prendereste voi?

Eleonora. Perchè no?

Beatrice. Dunque vi piace?

Eleonora. Non è giovane da dispiacere.

Beatrice. Sentite, signora Eleonora, per dirvi tutto, non son qui venuta per un semplice complimento; ma desiderando io di dare stato a Florindo mio figlio, bramerei l’onore che voi diventaste mia nuora.

Eleonora. L’onore sarebbe il mio. Non sono degna di tanta fortuna.

Beatrice. Tutte cerimonie inutili. Se volete, possiamo concludere immediatamente.

Eleonora. Con mio padre ne avete parlato?

Beatrice. Non ancora, ma gliene parlerò.

Eleonora. Bene, favorite prima di sentire il suo sentimento, e poi vi potete assicurare del mio.

Beatrice. Ma se ora vostro padre non e’ è, non potremmo intanto discorrerla fra di noi?

Eleonora. Signora mia, non vorrei che facessimo i conti senza r oste. Bisogna prima sentir mio padre.

Beatrice. Mio figlio dovrebbe poco tardare a venire; se vi contentate, quando viene, lo farò passare.