Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/122

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114 ATTO PRIMO


premure. Fate una cosa, signor Fiorindo, servite in un’altra camera il signor Pantalone, e lasciatemi col conte Lelio a trattar l’affare che voi sapete.

Florindo. Ma non potremmo noi prevalerci del signor Pantalone che ci esibisce una sua nipote?...

Rosaura. Mi maraviglio di voi. Sapete l’impegno in cui sono.

Florindo. Signor Pantalone, andiamo, se vi contentate. (stringendosi nelle spalle)

Pantalone. (Poverazzo! E1 se lassa menar per el naso), (da sè)

Rosaura. (Ehi, per vostra regola, acciò non facciate qualche cattivo giudizio, osservate, ho preso le cento doppie). (piano a Florindo, e gli mostra la borsa)

Florindo. (Si potrebbero pur risparmiare). (piano a Rosaura)

Rosaura. Son chi sono; voglio così. (adirata)

Florindo. Andiamo, andiamo, signor Pantalone. (parte)

Pantalone. (Questi i xe de quei dolori de testa che patisse le muggier, co le gh’ha per marii de sta sorte de mamalucchi). (parte)

SCENA V.
Donna Rosaura, poi il conte Lelio e Brighella.

Rosaura. La nipote del signor Pantalone? Farei una gran figura, se andassi con lei1!

Lelio2. Riverente m’inchino alla signora donna Rosaura.

Rosaura. Serva, signor Conte. Chi è di là? (chiama)

Brighella. Lustrissima.

Rosaura. Da sedere.

Brighella. Lustrissima sì. (porta due sedie)

Lelio. Galantuomo, siete forestiere? (a Brighella)

Brighella. Sior sì.

Rosaura. Dimmi, il moro è in casa3? (a Brighella)

  1. Segue nell’ed. Bett.: Trattandosi poi da mercante a mercante, noialtri Livornesi siamo qualche cosa più dei Fiorentini. Noi siamo in una città ch’è porto di mare; noi siamo i primi a preoccupare le merci, e noi provvediamo tutti questi mercantucci della Toscana.
  2. Qui comincia nell’ed. Bett. la sc. VI.
  3. Segue nell’ed. Bett.: «Ros. Sta attento, che non esca di casa. Brig. Lustrissima sì. Lel. Sei lombardo? ecc.»