Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/143

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LE FEMMINE PUNTIGLIOSE 135

Ottavio. Obbligato. L’ho presa.

Beatrice. Questa signora ha molta stima per le dame palermitane, ed è venuta apposta a Palermo per conoscerne alcuna delle1 più cortesi, e poter poi rappresentare al di lei paese con quanta urbanità e pulitezza si trattino da noi le persone di merito come lei.

Rosaura. La signora contessa Beatrice mi fa troppo onore.

Lelio. Infatti presso le persone del secondo ordine passa la nostra nobiltà per austera e troppo sostenuta; non è mal fatto disingannare chi pensa malamente di noi, e dobbiamo ringraziare la signora donna Rosaura, che ci abbia offerta l’occasione di far conoscere al mondo, che sappiamo distinguere il merito in ogni rango e in ogni carattere.

Rosaura. Sentimenti propri d’un cavalier generoso.

Ottavio. Mi pare che il signor don Florindo abbia tralasciato di negoziare. (a Rosaura)

Rosaura. Sì signore. Sono più di tre mesi.

Onofrio. E poi una bella donna si ammette per tutto.

Clarice. Quel giovine, guardate se è venuta la mia carrozza. (ad un servitore, e s’alza)

Eleonora. Contessa, è tardi, bisogna ch’io vada. (a Beatrice, e tutti s’alzano)

Rosaura. (Ho inteso. Queste dame non mi vogliono; ma la contessa Beatrice me ne renderà conto). (da sè)

Beatrice. (Va vicino a Clarice e le parla piano) (Cara amica, vi prego, fatemi questa finezza, dissimulate qualche poco. Soffrite per amor mio. Se sapeste in qual impegno mi trovo2, mi compatireste).

Clarice. (Vi pare una cosa ben fatta? Mettermi a sedere vicino ad una3 mercantessa?) (a Beatrice, piano)

Lelio. (Cara signora Contessa, non fate questo dispiacere alla contessa Beatrice, non le fate un affronto di questa sorta).

(ad Eleonora, piano)

  1. Bett.: delle più nobili e delle.
  2. Bett.: ch’io sono.
  3. Bett.: appresso una.