Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/182

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174 ATTO TERZO

Rosaura. Io monto in carrozzino tale qual mi vedete.

Brighella. Gh’è l’illustrissimo sior conte Lelio, che li vorria reverir.

Rosaura. Digli che non ci sono.

Florindo. Sentiamo che cosa dice.

Rosaura. Non lo voglio ricevere.

Brighella. Cosa gh’oio da dir?

Rosaura. Digli che non ci siamo, e se non lo crede, digli che io non lo voglio ricevere.

Brighella. La sarà servida. . (parte)

Florindo. Credete che il conte Lelio abbia colpa nell’affronto che ci hanno fatto?

Rosaura. O colpa, o non colpa, non voglio più nessuno di costoro d’intorno1. Vado nella mia camera, e quando viene il carrozzino, avvisatemi.

SCENA IV.
Don Florindo, poi Brighella.

Florindo. Ora conosce mia moglie la pazzia che aveva nel capo; spero che ciò le servirà di regola e per l’avvenire non darà2 in simili debolezze.

Brighella3. L’è andà via.

Florindo. Che cosa ha detto?

Brighella. El s’ha accorto benissimo che no i l’ha volesto, e l’ha dito mastegando: Questo è quello che si avanza a usar finezze a questa sorta di gente.

Florindo. A questa sorta di gente? Giuro al cielo! Mia moglie dice di vendicarsi, ma non so che cosa farà e dubito di qualche freddura; anch’io voglio cavarmi una soddisfazione. Senti, Brighella, so che sei uomo, e che farai con esattezza quanto ti ordino.

Brighella. La comanda pur, e la vederà se so far.

Florindo. Sei pratico di Palermo?

  1. Bett.: per i piedi.
  2. Bett.: non darà più.
  3. Comincia nell’ed. Bett. la sc. V.