Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/255

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LA BOTTEGA DEL CAFFÈ 245

Ridolfo. A tredici lire il braccio.

Eugenio. Mi contento; danari subito?

Ridolfo. Parte alla mano, e parte col respiro.

Eugenio. Oimè! Quanto alla mano?

Ridolfo. Quaranta zecchini.

Eugenio. Via, non vi è male. Datemeli, che vengono a tempo.

Ridolfo. Ma piano, signor Eugenio, V. S. sa pure che gli ho prestati trenta zecchini.

Eugenio. Bene, vi pagherete, quando verrà il restante del panno.

Ridolfo. Questo, la mi perdoni, non è un sentimento onesto da par suo. Ella sa come l’ho servita, con prontezza, spontaneamente, senza interesse, e la mi vuol far aspettare? Anch’io, signore, ho bisogno del mio.

Eugenio. Via, avete ragione. Compatitemi, avete ragione. Tenetevi li trenta zecchini, e date quei dieci a me.

Ridolfo. Con questi dieci zecchini non vuol pagare il signor don Marzio? Non si vuol levar d’intorno codesto diavolo tormentatore?

Eugenio. Ha il pegno in mano, aspetterà.

Ridolfo. Così poco stima V. S. la sua riputazione? Si vuol lasciar malmenare dalla lingua d’un chiacchierone? Da uno che fa servizio apposta per vantarsi d’averlo fatto, e che non ha altro piacere che metter in discredito i galantuomini?

Eugenio. Dite bene, bisogna pagarlo. Ma ho io da restar senza denari? Quanto respiro avete accordato al compratore?

Ridolfo. Di quanto avrebbe di bisogno?

Eugenio. Che so io? Dieci o dodici zecchini.

Ridolfo. Servita subito: questi sono dieci zecchini, e quando viene il signor don Marzio, io ricupererò gli orecchini.

Eugenio. Questi dieci zecchini che mi date, di qual ragione s’intende che sieno?

Ridolfo. Li tenga, e non pensi altro1. A suo tempo conteggeremo.

  1. Segue subito nell’ed. Bett.: Spenda quelli, e poi qualche cosa ecc.