Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/34

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28 ATTO PRIMO

Anselmo. N’importa; sentimolo per curiosità.

Orazio. Per semplice curiosità non lo sentirei. Degli uomini dotti dobbiamo aver rispetto. Ma perchè voi me lo proponete, lo sentirò volentieri; e se avrà qualche buona idea, non sarò lontano dall’accettarla.

Vittoria. E il nostro autore1 non se l’avrebbe a male?

Orazio. Niente; conosco il suo carattere. Egli se l’avrebbe a male, se codesto signor Lelio volesse strapazzare i componimenti suoi; ma se sarà un uomo di garbo, e un savio e discreto critico, son certo che gli sarà buon amico.

Anselmo. Donca lo vado a introdur.

Orazio. Sì, e fatemi il piacere d’avvisare gli altri, acciocchè si trovino tutti qui a sentirlo. Ho piacere che ognuno dica il suo sentimento. I commedianti, ancorchè non abbiano l’abilità di comporre le commedie, hanno però bastante cognizione per discernere le buone dalle cattive.

Anselmo. Sì, ma gh’è de quelli che pretende giudicar della commedia dalla so parte. Se la parte l’è breve, i dise che la commedia l’è cattiva; ognun vorria esser in grado de far la prima figura, e el comico giubila e gode, col sente le risade e le sbattude de man.

          «Poichè, se il popol ride e lieto applaude,
          «Il comico sarà degno di laude. (parte)

SCENA VII.
Orazio e Vittoria.

Orazio. Ecco i soliti versi. Una volta tutte le scene si terminavano così.

Vittoria. È verissimo, tutti i dialoghi si finivano in canzonetta. Tutti i recitanti all’improvviso diventavano poeti.

Orazio. Oggidì, essendosi rinnovato il gusto delle commedie, si è moderato l’uso di tali versi.

Vittoria. Gran novità si sono introdotte nel teatro comico!

  1. Bettin.: poeta.