Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/343

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IL BUGIARDO 331

SCENA XIV.
Lelio ed Arlecchino, poi Colombina.

Arlecchino. Sia maladetto, l’è andada via senza che la possa veder in fazza.

Lelio. Che dici della bellezza di Rosaura? Non è un capo d’opera?

Arlecchino. Ela l’è un capo d’opera de bellezza, e V. S. un capo d’opera per le spiritose invenzion.

Lelio. Dubito ch’ella abbia qualche incognito amante, il quale aspiri alla sua grazia e non ardisca di dirlo.

Arlecchino. E vu mo, prevalendove dell’occasion, supplì alle so mancanze.

Lelio. Sarei pazzo, se non mi approfittassi d’una sì bella occasione.

Colombina1 (Torna a uscire di casa, senza maschera.

Arlecchino. Oe, la cameriera torna in strada. La mia, in materia de muso, no la gh’ha gnente d’invidià della vostra.

Lelio. Se puoi, approfittati; se fai breccia, procura ch’ella cooperi colla sua padrona per me.

Arlecchino. Insegneme qualche busìa.

Lelio. La natura a tutti ne somministra.

Arlecchino. Signora, se non m’inganno, ela è quella de sta notte.

Colombina. Sono quella di questa notte, quella di ieri e quella che ero già vent’anni.

Arlecchino. Brava, spiritosa! Mi mo son quello che sta notte gh’ha dito quelle belle parole.

Colombina. Il signor don Piccaro?

Arlecchino. Per servirla.

Colombina. Mi perdoni, non posso crederlo. L’abito che ella porta, non è da cavaliere.

Arlecchino. Son cavaliere, nobile, ricco e grande; e se non lo credete, domandatelo a questo mio amico. (starnuta verso Lelio

Colombina. Evviva.

  1. Comincia nell’ed. Bett. la sc. XI: Colombina di casa con zendale, ma senza maschera.