Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/570

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556 ATTO PRIMO


la provvidenza del cielo, se no, pazienzia; moriremo de fame più tosto che far male azion, e imparè una volta, imparè

          Che più d’ogni fortuna
          L’onor s’ha da stimar;
          E che chi per magnar vive da sporco,
          Merita de morir scannà qual porco.

Corallina. Signor sì, è verissimo.

          Chi per saziar la gola,
          La sua riputazion manda in rovina,
          Merita d’esser posto alla berlina.

Arlecchino. Sior sì, l’è vero.

          Un bel morir tutta la vita onora,
          Ma un bel magnar salva la vita ancora.

Tonino. Vu no pensè altro che a magnar.

Arlecchino. Orsù, vegnì qua, e sentì se son un omo de garbo; e lodeme, e insoazeme1.

Corallina. Che cosa avete fatto di buono?

Tonino. Saria un miracolo, che ghe n’avessi fatto una de ben.

Arlecchino. Andand per la città, ho trovà un mio patrioto, che se chiama Brighella Gambon. S’avemo cognossù, e per dirvela in confidenza, el m’ha menà a far colazion.

Tonino. El v’ha menà a marenda?

Corallina. Avete mangiato?

Arlecchino. Poveretti! Ghe vien l’acqua in bocca. Sto Brighella serve un patron, che l’è perso, morto e spanto2 per la poesia. Alle curte: ho parla de vualtri do, ho dito che fè versi, co magnè, co dormì e co sè al licet; el m’ha promesso che adessadesso el lo condurrà qua.

Corallina. Come! Che persona è? Prima di riceverlo, mi voglio informare.

  1. Mettere in cornice (ven. soaza), adorare: v. Boerio.
  2. Propr. «sparso», da spander. «Spanto morto, appassionato o innamorato morto»: Boerio, Diz. cit.