Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/72

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66 ATTO TERZO

Eugenio. E così va fatto. La buona armonia fra’ compagni contribuisce al buon esito delle commedie. Dove sono dissensioni, gare, invidie, gelosie, tutte le cose vanno male.

Orazio. Io non so come la signora Eleonora siasi indotta in un momento a voler far la comica.

Eugenio. La necessità la conduce a procacciarsi questo poco di pane.

Orazio. Quando sarà rimessa in buono stato, farà come tanti altri, non si ricorderà del benefizio, e ci volterà le spalle.

Eugenio. Il mondo è sempre stato così.

Orazio. L’ingratitudine è una gran colpa.

Eugenio. Eppure tanti sono gli ingrati.

Orazio. Osservate il signor Lelio, che medita qualche cosa per far prova della sua abilità.

Eugenio. Ora verrà da voi a farsi sentire. Non gli voglio dar soggezione.

Orazio. Sì, fate bene a partire. Andate dalla signora Eleonora, e quando mi sarò sbrigato dal poeta, mandatemi la virtuosa.

Eugenio. Poeta salvatico e virtuosa ridicola. (parte)

SCENA II.
Orazio, poi Lelio.

Orazio. Il signor Lelio viene con passo grave. Farà probabilmente qualche scena.

Lelio. Sono stato per rivedere la mia bella, e non avendo avuto la fortuna di ritrovarla, voglio portarmi a rintracciarla al mercato.

Orazio. Signor Lelio, con chi intendete di parlare?

Lelio. Non vedete ch’io recito?

Orazio. Capisco che recitate; ma recitando, con chi parlate?

Lelio. Parlo da me stesso. Questa è un’uscita, un soliloquio.

Orazio. E parlando da voi medesimo, dite: Sono stato a rivedere la mia bella? Un uomo da se stesso non parla così.