Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/73

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IL TEATRO COMICO 67

Pare che venghiate in iscena a raccontare a qualche persona dove siete stato.

Lelio. Ebbene, parlo col popolo.

Orazio. Qui vi voleva. E non vedete, che col popolo non si parla? Che il comico deve immaginarsi, quando è solo, che nessuno lo senta e che nessuno lo veda? Quello di parlare col popolo è un vizio intollerabile, e non si deve permettere in verun conto.

Lelio. Ma se quasi tutti quelli che recitano all’improvviso, fanno così! Quasi tutti, quando escono soli, vengono a raccontare al popolo dove sono stati, o dove vogliono andare.

Orazio. Fanno male, malissimo, e non si devono seguitare.

Lelio. Dunque non si faranno mai soliloqui.

Orazio. Signor sì, i soliloqui sono necessari per ispiegare gli interni sentimenti del cuore, dar cognizione al popolo del proprio carattere, mostrar gli effetti e i cambiamenti delle passioni.

Lelio. Ma come si fanno i soliloqui senza parlare al popolo?

Orazio. Con una somma facilità. Sentite il vostro discorso regolato e naturale. Invece di dire: Sono stato dalla mia bella e non l’ho ritrovata; voglio andarla a ricercare ecc.; si dice così: Fortuna ingrata, tu che mi vietasti il contento di rivedere nella propria casa il mio bene, concedimi che possa rinvenirla...

Lelio. Al mercato.

Orazio. Oh, questa è più graziosa! Volete andare a ritrovare la vostra bella al mercato?

Lelio. Sì signore, al mercato. Mi figuro che la mia bella sia una rivendugliola, e se mi aveste lasciato finire, avreste sentito nell’argomento chi sono io, chi è colei, come ci siamo innamorati, e come penso di conchiudere le nostre nozze.

Orazio. Tutta questa roba volevate dire da voi solo? Vi serva di regola, che mai non si fanno gli argomenti della commedia da una sola persona, non essendo verisimile che un uomo, che parla solo, faccia a se stesso l’istoria de’ suoi amori o de’ suoi accidenti. I nostri comici solevano per lo più nella prima