Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/93

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alle commedie, già ricordata. E confessava: «... Solamente dopo mi sono avveduto d’essermi in gran parte conformato a’ più essenziali precetti dell’Arte raccomandati dai gran Maestri ed eseguiti dagli eccellenti Poeti, senza aver di proposito studiati nè gli uni, nè gli altri». Di qui il credo che gli fu sacro nel lungo corso della carriera drammatica: «Questa è la grand’arte del comico poeta, di attaccarsi in tutto alla Natura, e non iscostarsene giammai» (ivi).

Ecco dunque spiegato l’atteggiamento del commediografo veneziano di fronte alla commedia dell’arte. Questa lo aveva innamorato da fanciullo, da questa cominciarono le sue riflessioni e quindi i primi passi. Ma benchè un tal teatro fosse gloria propriamente italiana, aveva raccolto in sè troppi vizi della nostra decadenza, portava impresso il mal gusto nella costruzione e nei particolari, e per il carattere stesso dell’improvvisazione, che formava la meraviglia degli stranieri, appariva al Goldoni un’arte piena di pericolo ed effimera, anche quando vera e grande. Non guerra dunque alle maschere senza quartiere, che anzi s’adattavano alla semplicità e alla naturalezza, bensì via tutti gli artifici, a cui erano costretti di ricorrere gli improvvisatori, via i luoghi comuni, le mostruosità, le scurrilità. Natura e verità! sia nel dramma, sia nella recitazione (A. III, sc. 3), sia in qualunque forma dell’arte. - Il secolo decimottavo è sul punto di vincere per sempre la lotta ostinata contro il Seicento; ed è un’altra vittoria di Carlo Goldoni.

Dopo ciò pare tanto più strano che il Baretti, bramando inaugurare la novella critica in Italia, menasse con accanimento la frusta addosso al riformatore veneziano, esule ormai dalle lagune; e scrivesse pagine così fiacche intorno al Teatro comico, dove nulla c’è di vero (nemmeno forse che G. abbia avuto bisogno di trarre «malamente» la fine dell’ultima scena del primo atto dal Babillard, 1725, di Boissy) per concludere infine di trovar «tutta balorda e tutta cattiva, dalla prima sino all’ultima parola» la commedia-programma (Frusta letteraria, n. XX, 15 marzo 1764). Questa volta l’avvocato veneziano si dimostrava critico di gran lunga superiore ai giornalista piemontese.

Ma oltre le teorie propriamente dette, che dovevano annoiare la parte più numerosa del pubblico, trascorre nel Teatro comico una satira dolce delle bizze di palcoscenico, specialmente della rivalità fra attori e cantanti; e quella più nuova, del poeta delle compagnie drammatiche. Ho sospetto che in quell’arruffone di Lelio si nascondesse qualche viva punta contro Egerindo Criptonide, ossia il Chiari, abate arcade frugoniano ai servigi del teatro di S. Samuele.

Poco diremo della «piccola farsa» il Padre rivale del figlio, divisa fra il secondo e il terzo atto: specie di commedia in commedia, quale si ritrova in tutti i teatri, particolarmente in quello dell’arte. Del teatro a soggetto partecipano queste brevi scene di mano maestra, per un capriccio dell’autore, che si divertì a porre un’altra volta Rosaura in gara tra Fiorindo e Pantalone, subito dopo la caduta dell’Erede fortunata: ma un Pantalone ridicolo e arcigno alquanto, come i padri ben noti delle commedie classiche, non più goldoniano. Scherzo o vendetta di poeta?

Quanto alla fortuna del Teatro comico, ben si comprende perchè non fosse più recitato: infatti come azione scenica, passata l’occasione per cui fu scritto, perdette presso il pubblico il suo interesse. Anzi ci stupisce che nel 1752 si rappresentasse fuori d’Italia, a Vienna, e che in quell’anno stesso si stampasse