Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, VI.djvu/315

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Filiberto. Caro signor Conte, quanto vi son tenuto!

Conte. Prevaletevi dell’avviso, e permettetemi ch’io vada per i fatti miei.

Filiberto. Servitevi come v’aggrada.

Conte. (Costui non resterà lungo tempo in Palermo). (via)

Filiberto. Si mormora di me? Si mormora di mia moglie? Domani lo licenzio senz’altro.

SCENA V.

Arlechino con viglietto, e detto.

Arlecchino. Oh poveretto mi! Sta vita no la se pol far. Ecco un altro bigoletto.

Filiberto. Da’ qui.

Arlecchino. Se se magnasse tanto in sta casa, quanto se lavora, mi gh’averia sempre la panza piena. (via)

Filiberto. Leggiamo. (legge) Il Marchese d’Osimo. Oh, signor Marchese.


Guardatevi dal forastiere che avete in casa. Non sapendosi chi egli sia, è reso sospetto al governo, e voi siete in vista, prestando asilo ad una persona che può essere macchiata di reità. Rimediate per tempo al pericolo che vi sovrasta, e gradite l’avviso d’uno che vi ama.


Non occor’altro, lo licenzio in questo momento. Ehi, Arlechino.

SCENA VI.

Arlechino e detto.

Arlecchino. Signor?

Filiberto. Chiamami il nostro ospite.

Arlecchino. L’ospite? Chi èlo l’ospite?

Filiberto. Il signor Guglielmo.

Arlecchino. E ghe disì l’ospite? Mi ghe digo el scrocco. (via)