Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, VI.djvu/314

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
302

SCENA III.

Arlechino che ritorna, e detto.

Arlecchino. Oh, l’è longa. El sior conte de Porchi.

Filiberto. Vorrai dire dei Portici.

Arlecchino. Sior sì.

Filiberto. Venga pure.

Arlecchino. Ch’el vegna pur. Basta ch’el vada, e che nol resta a disnar. (via)

Filiberto. Costui non parla, che non offenda. Ma se lo licenzio, è creditore di sette mesi.

SCENA IV.

Conte Portici e Filiberto.

Conte. Amico, perdonate l’incomodo.

Filiberto. Mi fate onore. In che vi posso servire?

Conte. Non avete voi in casa un certo forastiere, che ha nome Guglielmo?

Filiberto. È verissimo.

Conte. Io vi parlo d’amico; non vi consiglio tenerlo con voi. Non si sa chi egli sia. Fa da poeta, ma credo che per causa di certa satira sia fuggito dal paese dov’era. Se i suoi nemici lo scoprono, voi passerete de’ guai.

Filiberto. Signor Conte, vi ringrazio di vero core. Mi prevalerò dell’avviso che mi date.

Conte. Ognuno si stupisce di voi, che tenghiate in casa vostra un giovane sconosciuto. Vi parlo d’amico, si mormora assai di vostra moglie, e la vostra riputazione è in pericolo.

Filiberto. Dite da vero?

Conte. Il zelo di buon amico mi ha spinto ad avvertirvi di ciò. Non crediate già ch’io sia sì temerario di credere che D. Aurora sia una donna di poca prudenza, ma il mondo è tristo, facilmente si critica, e voi vi renderete ridicolo.