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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, VI.djvu/313

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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Camera di Donna Aurora.

Filiberto.

Filiberto. Mia moglie non fa altro che tormentarmi, a causa di questo forastiere. Pare che sia congiunto. Basta, conosco D. Aurora; so ch’è una moglie onorata; lo so, lo credo, e non mi voglio inquietare.

SCENA II.

Arlechino con lettera, e detto.

Arlecchino. Signor, una lettera.

Filiberto. Chi la manda?

Arlecchino. Averzìla, e saverè.

Filiberto. Hai ragione.

Arlecchino. Mi ho rason, ma no trovo chi me la fazza.

Filiberto. Come! Perchè?

Arlecchino. Ho rason de voler el salario, ma non trovo nissun che me lo daga. (via)

Filiberto. Che tu sia maledetto! Non la finisce mai. Vediamo chi scrive. Il Conte di Brano. Oh, che mi comanda il signor Conte?


Amico, voi avete in casa un impostore, ch’ebbe ardire di passar per medico, tuttochè confessi egli stesso non esser tale, e sagrifica al vile interesse la vita degli uomini. Io l’ho conosciuto in Gaeta, da dove sarà probabilmente fuggito per la scoperta della sua impostura. La vostra casa onorata non deve prestar asilo a questa sorta di gente, onde vi consiglio scacciarlo, e se volesse resistere, assicuratevi della mia assistenza.

Oh cosa sento! Dica mia moglie quello che vuole, da qui a quattro giorni al più voglio assolutamente ch’ei se ne vada. Piuttosto gli renderò il suo denaro.