Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, VI.djvu/318

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Guglielmo. Sior D. Filiberto, ghe son servitor.

Filiberto. Amico, scusate.

Guglielmo. La scusa ela l’incomodo...

Filiberto. Via, non parliamo altro.

Guglielmo. (Tutto el mal no vien per far mal. Questa xe l’occasion de profittarme delle belle esibizion de D. Livia, senza che D. Aurora se n’abbia per mal). (via)

Filiberto. Venti doppie? Venti doppie? Dove le può avere avute? Io non sono mai stato geloso, ma queste venti doppie mi fanno far dei lunari.

SCENA IX.

Camera di D. Livia.

D. Livia.

Chi pretende violentare il mio core, s’inganna. Io non ho ricchezza maggiore della mia libertà, e mi crederei essere miserabile in mezzo delle ricchezze, se non potessi dispor di me stessa. Guglielmo sempre più m’incatena, e se assicurarmi potessi dei suoi natali, non esiterei a sposarlo in faccia a tutto il mondo, e ad onta di tutti quelli che aspirano alle mie nozze.

SCENA X.

Paggio, poi Guglielmo.

Paggio. Signora, è qui il signor maestro.

Livia. Chi?

Paggio. Il signor maestro. Quello che mi ha dato, con riverenza, i cavalli.

Livia. Orsù, non lo chiamare mai più con questo nome di maestro. Egli è il signor Guglielmo... Fa che passi.

Paggio. (Ancora quando lo vedo, mi fa tremare). (via)

Livia. Egli non ha tardato a venirmi a vedere; segno che aggradisce la mia parzialità.