Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/355

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SCENA V (1).

Pantalone, Beatrice e Rosaura.

Pantalone. Siora Beatrice, circa le spesette capricciose che vo- lesse far siora Rosaura, poco più, poco manco lasseria correr, ma no me par necessario che la vaga eia in persona.

Beatrice. Oh signor sì, è necessario. Vogliamo veder noi, vo- gliamo soddisfarci.

Pantalone. Ben ; se fa vegnir el mercante a casa. Cossa disela, siora Rosaura?

Rosaura. Per me son contentissima.

Pantalone. Sentela? Eia la xe contenta. Via, da mare (a) savia e prudente, la ghe daga sto bon esempio, la resta in casa e la se lassa servir.

Rosaura. (Sarà meglio ch’io mi metta a finir la mia manica). (da sé, va a cucire)

Beatrice. Signor Pantalone carissimo, mio marito è morto, e non ho altri che mi comandino. In casa mia voglio fare a mio modo, e non ho bisogno di esser corretta.

Pantalone. Benissimo ; eia fazza quel che la voi, mi no ghe penso (2). Ma sta putta la xe stada raccomandada a mi da so pare. Mi son el so tutor, e mi ho da invigilar per i so in- teressi, per el so credito e per la so educazion.

Beatrice. Circa agi’ interessi ve lo accordo ; per il resto tocca a me, che sono sua madre.

Pantalone. Cara siora Beatrice, no la me fazza parlar.

Beatrice. Che vorreste dire?

Pantalone. La compatissa, za nissun ne sente, (la lira in disparte) Ghe toccherave a eia, se la gh’avesse un poco più de prudenza.

Beatrice. Io dunque sono imprudente ? Viva il cielo ! Mio ma- rito non mi ha mai detto tanto. (a) Madre. (I) E unila nell’ed. Bett. alla scena precedente. (2) Belt. aggiunge: né bezzo, né bagattin.