Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/512

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plebea. Chi sa ch’ella non sia a vedermi dietro a qualche portiera (I)? Oh cielo! (2) il dolore mi opprime, il furore m’as- sale, moro, non posso più. (ca</e sopra una sedia, svenuta

SCENA XII.

Lelio, Florindo e detta.

Lelio. Le cose vanno male. (a Florindo)

Florindo. Torniamola a condurre a casa. (a Lelio)

Lelio. Signora Marchesa?

Florindo. Oh diamine I Ella è svenuta.

Lelio. Il Conte le ha fatto qualche impertinenza.

Florindo. Avete niente da farla rinvenire?

Lelio. Niente a proposito : non ho altro in tasca che il tirabusson.

Florindo. Andiamo ad avvisare il Conte e la Contessa.

Lelio. Sì, andiamo. Che cosa è questa? (vede F ampolla)

Florindo. Pare acqua.

Lelio. E limonata. (odorandola)

Florindo. Spruzzatela in faccia. Intanto anderò ad avvisare qual- cheduno. (parte)

Lelio. Animo, signora Marchesa. (spruzzandola)

Beatrice. Oimè!

Lelio. Che cosa è stato?

Beatrice. Niente. Torniamo a casa.

Lelio. Volete bere una limonata, che vi farà bene?

Beatrice. Sì, date qui. Muoio dalla sete. (beve)

Lelio. Ma che cosa è stato?

Beatrice. Niente, vi dico. A casa ragioneremo (3).

SCENA XIII.

Florindo, // Conte Ottavio e detti.

Ottavio. E rinvenuta?

Lelio. Sì.

Ottavio. Che cosa le avete dato? (I)Betl. e Pap.: di qualche porta? (2) Bett.: Oh Dio I (3) Bett.: ragionerò.