Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VIII.djvu/342

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SCENA V.

Ottavio e Pantalone.

Ottavio. Rompere le braccia al mio servitore? Potrebbe darsi che io rompessi la testa al suo.

Pantalone. Servitor umilissimo, sior Conte mio paron.

Ottavio. Signor Pantalone, vi riverisco. (con cera brusca)

Pantalone. Xela in collera?

Ottavio. Ho ragione di esserlo.

Pantalone. Con mi no, newero?

Ottavio. Voi siete un buon amico.

Pantalone. M’ha dito qualcossa sior conte Lelio.

Ottavio. Egli è un pazzo.

Pantalone. Cossa vorla far ? No la gh’ha altri al mondo, che sto nevodo.

Ottavio. Sarebbe meglio che io non l’avessi.

Pantalone. Bisogneria pò che la se maridasse eia, per conservar la casa.

Ottavio. Che cosa importa il conservare la casa? Morto io, morti

Tutti. La mia roba so a chi lasciarla.

Pantalone. Ogni tanto sento sti manazzi de lassar la roba fora de casa. Sta cossa no la posso sentir.

Ottavio. Della roba mia posso fare quello che io voglio.

Pantalone. Xe vero : de la so roba la poi far quel che la voi ; ma i omeni de giudizio i sacrifica la so volontà alla giustizia e alla convenienza. Per che rason voravela privar i nevodi, per beneficar dei stranieri? Per paura fursi, che i nevodi sia in- grati, e no i se recorda del benef attor? Per 1 istessa rason, se poi desmentegar più presto del testator chi no xe del so sangue.

Ottavio. Sapete che cosa mi ha mandato a dire mia cognata per suo figliuolo ? Che vuole che io licenzi Brighella mio ser- vitore.

Pantalone. No l’averà dito che la voi, ma che la desidera.

Ottavio. Come ci entra ella con i miei servitori?