Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/148

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Orazio. Potete dirglielo.

Ridolfo. Glielo dico subito.

Orazio. Credete che li darà?

Ridolfo. Li darà senz’altro.

Orazio. In confidenza, lo ha egli questo denaro?

Ridolfo. Se non lo ha, lo troverà. Per una fortuna simile si pos- sono fare degli sforzi. Vi sono de’ beni, si possono ipotecare. Amico, i dugento zecchini vi saranno, e l’obbligazione mia verso di voi sarà eterna.

Orazio. Vi raccomando di maneggiare col signor Pantalone l’affare della sua figliuola per me.

Ridolfo. Non dubitate. Sarà vostra senz’altro.

Orazio. Ha una difficoltà per la dote.

Ridolfo. In che consiste?

Orazio. Vorrebbe che io gliel’assicurassi.

Ridolfo. Addio. Vi farà la sicurtà mio fratello. (parte

SCENA Vili.

Orazio solo. Questi è uno che vuol far la fortuna di suo fratello. Io frattanto cercherò di fare la mia; ma mi conviene far presto, perchè ormai l’impostura va un poco troppo alla lunga, e per dir vero, mi stanco io medesimo d’imposturare, e a poco per volta di- vengo odioso a me stesso. Ah! chi l’avesse mai detto al mio povero padre, ch’io dovessi così mal corrispondere all’amore che ebbe per me! Scellerati amici, compagni indegni! Voi mi avete al precipizio condotto; e chi principia a sdrucciolare una volta, difficilmente si regge, o torna diffìcilmente nel buon sen- tiero. Che sarà di me alla fine? Questo è il più funesto de’ miei pensieri. Abbandoniamolo; pensiamo a vivere alla giornata. Vi sono degli impostori fortunatissimi. Chi sa? Non forse... allegramente. (parte