Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/166

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Pantalone. Sior capitanio, ghe parlerò schietto. La mazor dif- ficoltà la gh’ho circa la dota. La vorla senza dota?

Orazio. Non è onor vostro offrire una figlia senza la dote.

Pantalone. Nè mi intendo de mandarla per carità. La so dota xe diesemile ducati. Ma la vede ben, xe giusto che la ghe sia sicurada.

Orazio. Non basta per sua assicurazione il mio reggimento?

Pantalone. El reggimento va alla guerra, i lo raggia a pezzi, e la dota va sotto terra.

Orazio. Siete troppo sofistico, signor Pantalone!

Pantalone. E pò ghe dirò anca. La sa che son in parola de darla a sior Fabio, zovene del paese, fio de un galantomo mio amigo...

Orazio. Ora poi, con questo confronto all’onor mio ingiurioso, mi ponete in impegno di dirvi, che se non fate stima di me, io non faccio stima di voi. Finiamola una volta, tronchiamo il nostro commercio; pagatemi i miei tremila zecchini.

Pantalone. Mo la se scalda molto presto, el mio caro sior ca- pitanio. No la me lassa gnanca fenir de dir. Con tutto l’im- pegno, con tutta l’amicizia col sior Fabio, ho trova un pretesto per cavarme, se occorre; ma torno a dirghe, la difficoltà con- siste in te la sicurtà della dota.

Orazio. Bene; a questa si provvederà.

Pantalone. E allora ghe la darò.

Orazio. Bravo, galantuomo; siete mio suocero da questo punto.

Pantalone. E mi scomenzo a considerarla come mio zenero.

Orazio. Mi volete bene?

Pantalone. Benon, benonazzo.

Orazio. Fatemi un piacere.

Pantalone. Comande, caro.

Orazio. Lasciatemi dir due parole sole alla mia sposa.

Pantalone. Caro fio, xe ancora presto.

Orazio. Caro suocero, caro padre, non mi negate questa picciola grazia.

Pantalone. Bisogna veder... bisogna sentir...