Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/291

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Florindo. Mi rimetto in voi. Al sei per cento, se si può; e, quando occorra, anche lotto, ed anche il dieci.

Notaro. E il dodici, se farà bisogno.

Florindo. Che si trovino ad ogni costo.

Notaro. Procurerò di servirvi. Questo veramente non è l’uffizio mio, ma in atto di amicizia lo farò volentieri.

Florindo. Vi sarò obbligato. Sollecitate, vi prego. Vado per un affare e vi aspetto al caffè.

Notaro. Ma per riscuoterlo poi?

Florindo. Ci penseremo. Colla dote di donna Laurina rimedie- remo a moltissime piaghe.

Notaro. Ma se la dote non gliela vogliono dare?

Florindo. Amico, quando sarà mia moglie, la dote gliela daranno. Ella è erede di suo padre. La zia si lusinga, ed io le accordo tutto per ora, ma a suo tempo so quello che dovrò fare. Ve lo confido, perchè so che mi volete bene. A rivederci; vi aspetto. (parie

SCENA VII.

Il Notaro, poi don Ermanno.

Notaro. Dice benissimo. La figliuola è l’erede, ma per avere la sua eredità, o dovrà aspettare la morte della zia, o dovrà incontrare un’acerrima lite, e non avendo denari per sostenerla, non so come gli riuscirà.

Ermanno. Oh signor notaro, che dite di quel caro signor Flo- rindo? Ha dei debiti, è mezzo fallito.

Notaro. Eppure mi pare impossibile. So che suo padre lo ha lasciato assai ricco.

Ermanno. Sì, è vero, ma ha mangiato ogni cosa.

Notaro. Come potete di ciò assicurarvi?

Ermanno. Non avete inteso che ha mille ducati di debito, dei quali è creditore il signor Pantalone?

Notaro. Mille ducati di debito non è gran cosa per lui. Chi sa come sia la faccenda? Li pagherà, e non sarà altro.