Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/328

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316 ATTO PRIMO

A parte della gloria de’ cittadini invitti.

Perdi un privato bene, se rendi il servo immune,
Ma l’hai moltiplicato col popolo in comune.
Lucano. Quel della patria nostra supera ogn’altro affetto.
Libero fia Terenzio: al pubblico il prometto.
Lelio. L’alta virtude i’ lodo di superar te stesso;
Ma ancor non basta, amico, quel ch’hai di far promesso.
Schiava di Grecia hai teco: Creusa ella si chiama;
Seco fra’ lacci al Tebro venne Terenzio, e l’ama;
E al lor signor comune, per grazia o per mercede,
In nodo a lui congiunta e libera la chiede.
Lucano. Troppo le mire estende uom ch’è fra’ lacci ancora;
Poco non è, se ottiene la libertà che implora.
Per ostentar coperta qual libero la chioma,
Susciti in suo favore Lelio, Scipione e Roma;
Ma seco non presuma scioglier dai lacci miei
Schiava, che alle mie fiamme concessero gli Dei.
Vegg’or perchè rubella è al mio bel foco, e schiva,
Del cuor della mia preda è costui che mi priva.
Solo di libertade abbia Terenzio il dono;
A questo patto, amico, teco impegnato io sono.
Ma se in amor persiste a contrastarmi ingrato,
Non pensi a libertade, non pensi a cambiar stato.
Roma non mi comanda; Roma nel tetto mio
Il mio piacer rispetti. Son cittadino anch’io. (parte)

SCENA III.

Lelio, poi Terenzio.

Lelio. Anche fra’ padri eccelsi vibra Cupido i strali.

Sono agli eroi non meno che agl’infimi fatali.
Etade non rispetta, grado, virtù, valore,
Il vincitor de’ numi micidiale Amore.
Terenzio. Signor, qual uom che pende da oracolo divino,