Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/327

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TERENZIO 315

E quel che a lui mi lega tenero amore antico,

Fa ch’io sia di Terenzio, qual di Scipione, amico.
Lucano. Grati mi sono, il giuro, i tuoi sinceri uffici;
Giubilo che lo schiavo abbia cotali amici,
E averlo in mio potere nell’Africa ridutto,
Delle vittorie mie fia sempre il maggior frutto.
Roma se ne compiace: Roma l’applaude e loda;
Godo che dai Romani, per cagion mia, si goda.
Anche gli edili stessi, che de’ teatri han cura,
Lodano nel poeta lo stile e la natura;
E maraviglia fassi ciascun, che un Africano
Scriva latin purgato, qual s’ei fosse Romano.
Lelio. Non rammentasti invano gli edili. In nome loro
A ragionarti i’ vengo; grazia per tutti imploro.
Terenzio, amor di Roma, gloria di nostra etade,
Merta che a lui si doni l’onor di libertade.
Nel rendergli giustizia si accrescerà il tuo merto;
Terenzio di Lucano ognor sarà liberto;
E allor fia nostro vanto l’ingegno peregrino
Vantar per figlio nostro, per nostro cittadino.
Perde nel volgo un fregio il lauro alle sue chiome,
Con questo che l’aggrava di servo abietto nome;
All’opere sue belle, al comico valore,
Vedrai la libertade recar gloria maggiore;
Poichè pende talora il pregio e l’eccellenza
Nei pubblici giudizi dal nome e l’apparenza;
E tal, che mille in seno merti sublimi aduna,
Disprezzasi dal mondo, se mancagli fortuna.
Lucano. Tale richiesta, amico, mi onora e mi consola;
Ma un prezioso acquisto dalle mie soglie invola.
Bello è l’udir cantarsi dal popolo romano:
Viva Terenzio il prode, lo schiavo di Lucano.
Pur se ragione il chiede, se fia il negarlo ingiusto,
Son pronto il sacrifizio far al Senato Augusto.
Lelio. Tu pur del gran Senato sei fra’ padri conscritti